Rock’n’John

Difficile parlare di moda e cultura oggi. È difficile citare senza copiare, difficile raccontare il già visto senza sembrare noiosi, difficile affrontare le icone senza essere leziosi.

John Varvatos fa eccezione. Da buon americano non ha paura di raccontare il passato con la giusta distanza, riesce a prendere il suo heritage e a giocarci. Per la collezione PE 2015 è partito dai Queen, in particolare da “A Night at the Opera“, portando nell’abbigliamento da giorno quello che di solito si trova di sera. Così ha usato tessuti chiari e stropicciati, ma con le forme tipiche delle giacche e dei gilet che si possono vedere alla Scala o al Met.

Il risultato è credibile e divertente, fatto di costruzioni ben studiate, forme lineari e nette, che ben si sposano con uno tocco leggero e rilassato. Ma soprattutto abbiamo visto uno stile genuinamente maschile, per niente ambiguo, in cui anche i fiori di stoffa applicati al bavero della giacca non ricordano Chanel, ma un deciso gesto rock, al limite del punk, capace di dimostrare una profonda conoscenza di quello di cui si sta parlando.

I fashion blogger non sono la rovina della moda

IED Barcelona

IED Barcelona

Puntuali come ogni giro di fashion week, ecco che in quei giorni si svegliano i difensori del “Vero Stile”, quelli che “i fashion blogger sono la rovina della moda”, “Christian Dior si rivolterebbe nella tomba”, “che pagliacci”, “non sopporto quello che mi tocca di vedere all’ingresso delle sfilate”, “faccio foto ma non sono una fashion blogger”, “ormai non riesco più a fotografare degli outfit interessanti” e così via.

Suzy Menkes ha già fatto una perfetta analisi del fenomeno dal punto di vista di una giornalista che sa fare bene il suo mestiere, ma vedere il popolo del web (blogger, influencer, outfitter, Instagrammer, redattori digitali et similia) che si rivolta, francamente sa tanto di teatro dell’assurdo.

Perché di teatro si tratta. Cosa sono le sfilate se non il momento di rappresentazione massima del sistema moda? Cosa sono se non l’apoteosi dell’immagine sopra il contenuto? Ci sono mille altre occasioni per sperimentare la qualità dei dettagli, la meraviglia delle lavorazioni, la bellezza del progetto, l’eccellenza di tagli e forme, ma le fashion week sono per definizione il tempo della rappresentazione, non del racconto.

Succede anche durante il Salone del Mobile, quando i puristi si scandalizzano davanti al “Sagrone del Mobile” di zona Tortona, alle vetrine della moda trasformate in contenitori di oggetti d’arredo, alle feste in cui non vedi nemmeno un oggetto. Piaccia o no, questi fuochi d’artificio sono il necessario momento di richiamo per il grande pubblico, le casse di risonanza in cui vale tutto, le migliori occasioni possibili per dare sfogo alla visibilità e per incontrare persone e personaggi.

Il vero lavoro di chi ama lo moda dovrebbe essere la ricerca del bello, non la critica del brutto. Tutte le volte in cui ci troviamo di fronte alle chiassose celebrazioni collettive delle “week”, ad ogni latitudine, vediamo la sperimentazione più pura. E non tutti gli esperimenti sono ciambelle con un bel buco al centro. La sperimentazione estrema non arriva solo dagli stilisti, dai designer, dalle aziende, ma oggi arriva anche dalle persone comuni, dagli utenti, da chi la moda la mette suo suo corpo e non su quello di una modella professionista.

Per cui ben venga il circo, se il circo ci consente di osservare il nuovo, non solo il passato che non passa mai, fatto solo di bellezza e regole della nonna. Chissenefrega dell’eleganza pura, quella delle cariatidi dello stile che oggi vediamo solo nei musei. La moda, se vuole avere ancora un’occasione per dire qualcosa sul mondo che cambia, deve accettare di essere maltrattata, ripresa, stravolta e ricomposta. Magari con un po’ di ironia e leggerezza, con il sorriso di chi può imparare qualcosa di nuovo anche da chi ci sembra strano e fuori luogo, persino kitsch.

Le reazioni indignate dei benpensanti sono state il sale e il pepe che ha permesso a ogni grande nome di fare un passo avanti. Oggi è facile e comodo rimpiangere Anna Piaggi, Coco Chanel, Isabella Blow, Yves Saint-Laurent, solo per citare i più citati: ognuno di loro ha fatto esperimenti, fregandosene bellamente di quello che si diceva attorno a loro, facendo errori e correggendoli, provando a fare quello che avevano voglia di fare per poi modificarlo in base a quello che avrebbero pensato poco dopo.

Gli stilisti da passerella oggi sono (giustamente) influenzati anche da quello che succede al di fuori delle loro sfilate, perché i più intelligenti sanno osservare il cambiamento senza prendere posizioni retrograde e chiuse, sapendo poi rifinire il loro stile di conseguenza, per assonanza o per contrasto. Perché Prada ha deciso di inserire le pellicce nelle collezioni Primavera/Estate? Sicuramente per vendere nell’emisfero australe, ma anche perché nell’emisfero boreale le sfilate Autunno/Inverno si fanno a febbraio, quando fa piuttosto freddo, e in quell’occasione la gente della moda indossa già i primi abiti proposti per la bella stagione. Se in collezione c’è qualcosa che possa scaldare un po’ (non le calze, quelle non si mettono!) è probabile che appaia su tutti i giornali e blog del mondo indosso ad Anna dello Russo come anteprima di quello che si trova già nei negozi. E questa nuova regola è stata dettata anche dal proliferare del “circus of fashion”.

Infatti, se la strada influenza ancora la passerella, oggi è anche la strada con i binari del tram di Milano, il blogger mile di Parigi, il cortile della Somerset House di Londra e la piazza del Lincoln Center di New York. Certo è che vediamo le esagerazioni, le esasperazioni, le pagliacciate: ma non succedeva anche negli anni ’80? Ah, i mitici anni ’80, spesso resi mitici soltanto dalla nostalgia di chi in quegli anni iniziava la sua carriera nel mondo della moda e si sentiva libero di fare quello che voleva, errori e orrori inclusi.

Solo il tempo sarà in grado di dire chi aveva ragione o no, chi aveva una visione e chi invece aveva solo voglia di fotografare per essere fotografato. Ma fintanto che si prova a fare qualcosa di nuovo e di diverso, vive la revolution!

Perché se il giudizio sullo stile può essere personale, sulla sperimentazione sarebbe utile essere quantomeno possibilisti. Con la certezza che (giusto per citare il solito Oscar Wilde) “il brutto può essere bello, il carino mai”.

 

Gli indignati e i silenziosi

pradadg.001-219 luglio 2013: i negozi milanesi di Dolce&Gabbana chiusi per indignazione.

20 luglio 2013: apre il nuovo negozio di Prada in Galleria Vittorio Emanuele.

In due soli giorni si sono visti due eventi molto diversi, difficilmente paragonabili, geograficamente vicini, ma che hanno espresso due stili distanti, due approcci forti e opposti nel concepire il rapporto tra moda e città, tra stilisti e Comune di Milano. Si è vista la differenza tra chi grida e chi sussurra, tra chi si scompone e urla per una (brutta, bruttissima) frase fuori posto e tra chi cerca accordi e fa qualcosa di vero e duraturo per la città. Se da una parte c’è chi inizia un percorso di lungo termine, che proseguirà nel progetto di creare spazi inclusivi e gratuiti per Milano (la Fondazione Prada), dall’altra c’è chi è solito comprare edifici per trasformarli in spazi privati, aperti su invito solo in occasione di feste esclusive (il Metropol).

Icona di questa vicenda saranno le immagini scattate da giornalisti e turisti, ma anche le due pagine uscite lo stesso giorno su La Repubblica: quelle di Prada che raccontano di un progetto snob e celebrativo, quelle di Dolce&Gabbana in cui si racconta (con un tono da melodramma e un’impaginazione approssimativa) il perché dello stato d’animo piccato, con tanto di intervento degli avvocati.

Entrambi i marchi cercano il profitto facendo cose belle: questo è il loro lavoro. Ma con una visione dell’impresa e dello stile diametralmente opposte. Che si esprimono non solo in scarpe e accessori, ma anche nel modo di comunicare e di mettersi in relazione con clienti e istituzioni.