I fashion blogger non sono la rovina della moda

IED Barcelona

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Puntuali come ogni giro di fashion week, ecco che in quei giorni si svegliano i difensori del “Vero Stile”, quelli che “i fashion blogger sono la rovina della moda”, “Christian Dior si rivolterebbe nella tomba”, “che pagliacci”, “non sopporto quello che mi tocca di vedere all’ingresso delle sfilate”, “faccio foto ma non sono una fashion blogger”, “ormai non riesco più a fotografare degli outfit interessanti” e così via.

Suzy Menkes ha già fatto una perfetta analisi del fenomeno dal punto di vista di una giornalista che sa fare bene il suo mestiere, ma vedere il popolo del web (blogger, influencer, outfitter, Instagrammer, redattori digitali et similia) che si rivolta, francamente sa tanto di teatro dell’assurdo.

Perché di teatro si tratta. Cosa sono le sfilate se non il momento di rappresentazione massima del sistema moda? Cosa sono se non l’apoteosi dell’immagine sopra il contenuto? Ci sono mille altre occasioni per sperimentare la qualità dei dettagli, la meraviglia delle lavorazioni, la bellezza del progetto, l’eccellenza di tagli e forme, ma le fashion week sono per definizione il tempo della rappresentazione, non del racconto.

Succede anche durante il Salone del Mobile, quando i puristi si scandalizzano davanti al “Sagrone del Mobile” di zona Tortona, alle vetrine della moda trasformate in contenitori di oggetti d’arredo, alle feste in cui non vedi nemmeno un oggetto. Piaccia o no, questi fuochi d’artificio sono il necessario momento di richiamo per il grande pubblico, le casse di risonanza in cui vale tutto, le migliori occasioni possibili per dare sfogo alla visibilità e per incontrare persone e personaggi.

Il vero lavoro di chi ama lo moda dovrebbe essere la ricerca del bello, non la critica del brutto. Tutte le volte in cui ci troviamo di fronte alle chiassose celebrazioni collettive delle “week”, ad ogni latitudine, vediamo la sperimentazione più pura. E non tutti gli esperimenti sono ciambelle con un bel buco al centro. La sperimentazione estrema non arriva solo dagli stilisti, dai designer, dalle aziende, ma oggi arriva anche dalle persone comuni, dagli utenti, da chi la moda la mette suo suo corpo e non su quello di una modella professionista.

Per cui ben venga il circo, se il circo ci consente di osservare il nuovo, non solo il passato che non passa mai, fatto solo di bellezza e regole della nonna. Chissenefrega dell’eleganza pura, quella delle cariatidi dello stile che oggi vediamo solo nei musei. La moda, se vuole avere ancora un’occasione per dire qualcosa sul mondo che cambia, deve accettare di essere maltrattata, ripresa, stravolta e ricomposta. Magari con un po’ di ironia e leggerezza, con il sorriso di chi può imparare qualcosa di nuovo anche da chi ci sembra strano e fuori luogo, persino kitsch.

Le reazioni indignate dei benpensanti sono state il sale e il pepe che ha permesso a ogni grande nome di fare un passo avanti. Oggi è facile e comodo rimpiangere Anna Piaggi, Coco Chanel, Isabella Blow, Yves Saint-Laurent, solo per citare i più citati: ognuno di loro ha fatto esperimenti, fregandosene bellamente di quello che si diceva attorno a loro, facendo errori e correggendoli, provando a fare quello che avevano voglia di fare per poi modificarlo in base a quello che avrebbero pensato poco dopo.

Gli stilisti da passerella oggi sono (giustamente) influenzati anche da quello che succede al di fuori delle loro sfilate, perché i più intelligenti sanno osservare il cambiamento senza prendere posizioni retrograde e chiuse, sapendo poi rifinire il loro stile di conseguenza, per assonanza o per contrasto. Perché Prada ha deciso di inserire le pellicce nelle collezioni Primavera/Estate? Sicuramente per vendere nell’emisfero australe, ma anche perché nell’emisfero boreale le sfilate Autunno/Inverno si fanno a febbraio, quando fa piuttosto freddo, e in quell’occasione la gente della moda indossa già i primi abiti proposti per la bella stagione. Se in collezione c’è qualcosa che possa scaldare un po’ (non le calze, quelle non si mettono!) è probabile che appaia su tutti i giornali e blog del mondo indosso ad Anna dello Russo come anteprima di quello che si trova già nei negozi. E questa nuova regola è stata dettata anche dal proliferare del “circus of fashion”.

Infatti, se la strada influenza ancora la passerella, oggi è anche la strada con i binari del tram di Milano, il blogger mile di Parigi, il cortile della Somerset House di Londra e la piazza del Lincoln Center di New York. Certo è che vediamo le esagerazioni, le esasperazioni, le pagliacciate: ma non succedeva anche negli anni ’80? Ah, i mitici anni ’80, spesso resi mitici soltanto dalla nostalgia di chi in quegli anni iniziava la sua carriera nel mondo della moda e si sentiva libero di fare quello che voleva, errori e orrori inclusi.

Solo il tempo sarà in grado di dire chi aveva ragione o no, chi aveva una visione e chi invece aveva solo voglia di fotografare per essere fotografato. Ma fintanto che si prova a fare qualcosa di nuovo e di diverso, vive la revolution!

Perché se il giudizio sullo stile può essere personale, sulla sperimentazione sarebbe utile essere quantomeno possibilisti. Con la certezza che (giusto per citare il solito Oscar Wilde) “il brutto può essere bello, il carino mai”.

 

Ma c’era una volta?

La sfilata di Dolce&Gabbana per il prossimo AI 2012/2013 è stata salutata dalla stampa internazionale come una delle loro migliori prove di sempre. Barocchismi, oro, mediterraneo, ricami, pizzi, fiori, opulenza, Bellucci, Pavarotti, La donna è mobile: insomma, il mash-up definitivo, la perfetta visione dell’Italia così come la immagina il resto del mondo, “a dramatic Italianate vision of Palazzo life” (come ha scritto Suzy Menkes). In sostanza, un passato che prima non c’era e ora c’è.

Se domenica scorsa un alieno fosse atterrato al Metropol, avrebbe immaginato di trovarsi alla sfilata di un marchio storico, una solida azienda giunta alla terza o alla quarta generazione di imprenditori, una collezione magistrale pensata per ribadire la forza di una tradizione. Ma Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno sfilato per la prima volta nel 1985, senza nessuna eredità stilistica alle spalle. È vero che già da qualche stagione hanno spinto al massimo la retromarcia, andando alla ricerca di fondamenta forti nella sartorialità, nel calcio, nel cinema, nelle immagini più riconoscibili: ma usano la retromarcia per andare avanti, con una Ferrari che non procede in contromano, ma sulla corsia giusta, la coda al posto della testa. E lo dimostra anche il fatto che siano i migliori tra gli stilisti italiani ad usare il web e i social network.

Stanno immaginando uno scintillante futuro, così come fece Giovan Battista Giorgini nel dopoguerra con le sfilate della Sala Bianca, quando chiese ai nostri sarti di creare una tradizione della moda ispirata ai classici del Rinascimento, per poi invitare gli americani a comprarli. Allo stesso modo Dolce&Gabbana sta creando un passato che fino a ieri non c’era, ma che domani ci sarà, senza rivoluzioni ma con chiarezza di idee e una dose massiccia di creatività.

Vista la forza del loro presente e passato, sarebbe bello vederli lavorare non soltanto attraverso la creazione di stimoli stilistici e comunicativi, ma anche con la produzione di veri e propri contenuti culturali inediti. Verso un futuro che non c’era.

Infamità

Style.com

La stampa internazionale non è stata tenera con gli stilisti italiani che hanno presentato le loro collezioni durante l’ultima settimana della moda, appena conclusa.

Il New York Times ha parlato di una sconcertante mancanza di idee, che sta portando ad una crisi più grande di qualsiasi borsa. Suzy Menkes, sull’Herald Tribune, di solito molto accondiscendente con Prada, parla di una caduta. Una caduta di stile, in ogni senso.

La sfilata PE/2009 di Prada segna un punto di non ritorno. Una modella è caduta due volte a causa di scarpe talmente alte che sono già state soprannominate “infamous superhigh platforms“: l’immagine della caduta è stata pubblicata da tutta la stampa internazionale (naturalmente non da quella italiana). Tutte le indossatrici erano costrette a portare tacchi di 20 centimetri, come se non bastasse accompagnate da calzine di nylon che le tendevano esageratamente scivolose. Lo scopo? Mettere in difficoltà le ragazze in modo da avere un’andatura ciondolante e incerta. Si è visto anche un top cortissimo, che lasciava vedere il corpo ossuto di una ragazza evidentemente sottopeso. Chi era presente ha parlato di vero e proprio disgusto tra gli operatori del settore. Nonostante questo, i giornali italiani sono riusciti a scrivere che la sfilata proponeva una donna “primitiva e terribilmente sensuale“.

Oramai la moda italiana ha perso definitivamente quel poco di contatto con la realtà che le restava. Almeno quella dei grandi stilisti, di quelli che mettono in atto delle operazioni squisitamente di comunicazione. Non c’è ricerca di stile, ma desiderio di provocare, ma con dei mezzi che sono il sintomo di mancanza di idee, se non addirittura di disperazione profonda. Sarebbe ora che i vecchi dinosauri della moda lasciassero posto alle nuove leve, che ci sono ma restano schiacciate in un angolo dalla distribuzione, dai produttori e dalla stampa, troppo avidi e poco desiderosi di rischiare.

La modella di Prada a terra ricorda Naomi Campbell caduta durante la sfilata di Vivienne Westwood: con la sola differenza che Naomi rideva, mentre la poveretta caduta a Milano era sull’orlo delle lacrime. La moda italiana dovrebbe solo ritrovare la capacità di giocare e l’ironia che hanno segnato la sua esplosione negli anni ’80, quella di Moschino, Missoni, Versace, Coveri.

E non possono farlo i vecchi baroni che oggi rappresentano il Made in Italy.