House of disaster

Finalmente ho visto House of Versace. O meglio. Purtroppo ho visto House of Versace.

Raramente in vita mia ho visto un film più superficiale, vuoto, non concluso, privo di approfondimento psicologico. Gli stereotipi della famiglia italiana ci sono tutti, la parlata che mescola italiano e inglese c’è, il gossip elevato a cronaca c’è pure quello, la zia che sembra Sophia Loren ce l’abbiamo, le cene chiassose piene di bambini pure. Per non parlare degli errori: l’azienda, prima della morte di Gianni, era la “Gianni Versace”, poi diventata solo “Versace”. E vogliamo parlare della Milano degli anni ’90 con la torre Unicredit sullo sfondo? Vabbè.

Insomma: disastro totale. In sostanza uno spinoff di Beautiful, in cui la diatriba decennale tra Forrester e Spectra è traslata nella lotta intestina tra Donatella e Gianni, fatta di amore fraterno e invidia creativa.

Donatella non ha apprezzato. E sfido a trovare qualcuno che l’abbia fatto.

Donatella VS Yves

Proposta per la fashion film night definitiva.

Iniziare la serata con la proiezione di “House of Versace”.

Proseguire con la visione detox di “Yves Saint Laurent”.

150 Years of Elegance

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In celebration of Italy’s 150th anniversary as a unified country, the marvelous Reggia di Venaria is hosting the exhibition “Fashion in Italy: 150 Years of Elegance” in the recently restored and equally ornate “Italian Versailles,” a few miles outside of Turin.

The long journey through the history of Italian fashion is divided in two parts. The first is curated by Academy Award winning customer designer Gabriella Pescucci and covers the years 1861-1970. The second section was conceived by Vogue Italia’s editor-in-chief Franca Sozzani, which illustrates the birth of Italian prêt-a-porter and the contemporary fashion industry.

The exhibition not only covers the recent history of Italy’s transformation in taste, but it also analyzes the constant change in the social condition of women. The 200 garments on display span Risorgimento to the years of Italian Reign, as well as the Fascist era and World War II, continuing to the birth of a truly national style in the ’50s and the rise of contemporary designers such like Capucci, Albini, Valentino, Armani, Versace, Prada, Dolce&Gabbana.

Most of the historic clothes come from the foundation for the celebrated costume atelier Tirelli Trappetti. Some are original items, meant for daily use or special occasions, while others are famous costumes from classics films like Luchino Viscont’s Il Gattopardo.

Architect Michele De Lucchi handled the overall display and settings, which are based entirely on mirrors. A symbol of vanity, mirrors also allow patrons to enjoy the clothes from every point of view and feel immersed in the the evolution of style.

To further enhance the experience, Laura Tonatto custom designed four different fragrances to underline the spirit of the different eras, used in the different room throughout the exhibit.

“Fashion in Italy: 150 Years of Elegance” runs through 8 January 2012 at Le Venaria Reale. See more images in the gallery.

Even more images here.

Paula Cademartori

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Italian-Brazilian accessories designer Paula Cademartori toys with tradition in her signature line of handbags, which bridge classic construction with modern silhouettes and unusual combinations of leather, suede, deerskin and the like.

Cademartori first studied Industrial Design at the Lutheran University of Brazil, then relocated to Italy where she studied fashion management at Milan’s revered business school Bocconi University. Cademartori continued her education at Istituto Marangoni, where she received her Masters in Accessories Design before becoming a junior designer at Versace.

Not surprisingly, Cademartori’s talents were first recognized for a shoe she designed for the Vogue Talents Corner, a project she was selected to participate in during September 2009 and landed her on Italian Vogue’s list of 140 Emerging Designers.

Devoted to ageless elegance, each bag features incredibly precise detailing, durable fine leather and custom-crafted metal hardware. The style names recall princesses and archetypal women like fashion editor and idol Anna Dello Russo, who was one of her first fans.

In addition to her seasonal collections, Cademartori also has Aristocracy, a made-to-order line featuring high quality crocodile leather and beautiful detailing.

La forma della sostanza

Milano

Dopo la recente morte di Alexander McQueen sono state dette un sacco di cose, alcune molto belle e azzeccate.

Tutti i commentatori sono d’accordo nel sostenere che fosse un grande, per mille motivi. Uno in particolare lo rende letteralmente un vero rivoluzionario da storia della moda: la capacità di creare forme.

Tutti i grandi stilisti del ‘900 sono riusciti a creare una nuova forma del corpo umano: cubista per Coco Chanel, geometrico per Yves Saint-Laurent, perfetto per Valentino, ipersexy per Gianni Versace, trasversale ai generi per Giorgio Armani. E totalmente artificiale per Alexander McQueen.

Cresciuto professionalmente lavorando per i sarti inglesi più tradizionali, McQueen sapeva come creare un corpo ideale, racchiuso dentro armature che, di anno in anno sono diventate sempre più estreme, fino a portare alla nascita delle celeberrime scarpe armadillo. Aveva in mente un corpo ideale, ipertrofico ma mai deforme, un corpo tra fantascienza e arte, tra performance e scultura.

Infamità

Style.com

La stampa internazionale non è stata tenera con gli stilisti italiani che hanno presentato le loro collezioni durante l’ultima settimana della moda, appena conclusa.

Il New York Times ha parlato di una sconcertante mancanza di idee, che sta portando ad una crisi più grande di qualsiasi borsa. Suzy Menkes, sull’Herald Tribune, di solito molto accondiscendente con Prada, parla di una caduta. Una caduta di stile, in ogni senso.

La sfilata PE/2009 di Prada segna un punto di non ritorno. Una modella è caduta due volte a causa di scarpe talmente alte che sono già state soprannominate “infamous superhigh platforms“: l’immagine della caduta è stata pubblicata da tutta la stampa internazionale (naturalmente non da quella italiana). Tutte le indossatrici erano costrette a portare tacchi di 20 centimetri, come se non bastasse accompagnate da calzine di nylon che le tendevano esageratamente scivolose. Lo scopo? Mettere in difficoltà le ragazze in modo da avere un’andatura ciondolante e incerta. Si è visto anche un top cortissimo, che lasciava vedere il corpo ossuto di una ragazza evidentemente sottopeso. Chi era presente ha parlato di vero e proprio disgusto tra gli operatori del settore. Nonostante questo, i giornali italiani sono riusciti a scrivere che la sfilata proponeva una donna “primitiva e terribilmente sensuale“.

Oramai la moda italiana ha perso definitivamente quel poco di contatto con la realtà che le restava. Almeno quella dei grandi stilisti, di quelli che mettono in atto delle operazioni squisitamente di comunicazione. Non c’è ricerca di stile, ma desiderio di provocare, ma con dei mezzi che sono il sintomo di mancanza di idee, se non addirittura di disperazione profonda. Sarebbe ora che i vecchi dinosauri della moda lasciassero posto alle nuove leve, che ci sono ma restano schiacciate in un angolo dalla distribuzione, dai produttori e dalla stampa, troppo avidi e poco desiderosi di rischiare.

La modella di Prada a terra ricorda Naomi Campbell caduta durante la sfilata di Vivienne Westwood: con la sola differenza che Naomi rideva, mentre la poveretta caduta a Milano era sull’orlo delle lacrime. La moda italiana dovrebbe solo ritrovare la capacità di giocare e l’ironia che hanno segnato la sua esplosione negli anni ’80, quella di Moschino, Missoni, Versace, Coveri.

E non possono farlo i vecchi baroni che oggi rappresentano il Made in Italy.