Portland, ovvero della grazia hipster

IMG_6301Portland è il parco giochi degli hipster. Da queste parti edifici di mattoni, camicie a quadri, barbe e scarponi da montanaro, negozi di felpe couture, librerie che mescolano libri vintage a blockbuster, qui sono la norma. E appaiono con una spontaneità disarmante.

Se è vero – come diceva Baldassarre Castiglione – che la grazia è sforzo senza affettazione, Portland è il regno della grazia hipster. Sembra Williamsburg in formato città, ma senza la mascheratura di fasullo che spesso traspare da chi si atteggia a “io non sono mainstream”. Qui è l’amore per la vita all’aperto che spinge a possedere scarponcini da hiking, è la passione per le notti in tenda che abitua ad indossare tessuti scozzesi, sono le gite a Mount Rainer che fanno scegliere zainetti tecnici, sono le insegne anni ’50 di Fish Grotto e Georgia’s Grocery che fanno nascere la grafica retro-tipografica, sono i pomeriggi passati da Powell’s City of Books (il negozio di libri più grande del mondo!) a farti passeggiare con libri stropicciati sottobraccio.

Poi c’è la moda, of course: ci sono l’Ace Hotel e Stumptown Coffee, ma qui è pari pari come essere a New York. Però basta passare sull’altro lato della strada per trovare un’unicum: si sta finendo di realizzare Union Way, una piccola galleria commerciale in cui regna un meraviglioso equilibrio tra costruzioni in legno e iPad, sushi e caramelle artigianali, moda commerciale e rarità, hype e heritage: insomma, il paradiso hipster.

Passeggiando per Portland si ha davvero l’impressione che la definizione di hipster vada rivista e approfondita, che non sia solo un trend passeggero ma più radicale, che non sia un fenomeno di facciata ma uno stile destinato a rimanere ancora a lungo.

E probabilmente le sue radici non sono da cercare sulla East Coast, ma in Oregon.

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Scarpe come cioccolato

Per capire la moda oggi si deve guardare a quello che succede ed è successo in anni recenti nel mondo alimentare.

Negli anni Ottanta, proprio quando si andava diffondendo sempre di più il fast food, in Italia e in Europa sono nati per reazione i movimenti legati allo slow food: non solo cibo lento, ma anche legato alle origini degli ingredienti, alla storia dei territori, alla cura delle ricette. In parallelo, il desiderio di esclusività, ha visto nella scelta e nella degustazione del vino un ulteriore tassello di esperienze lussuose e uniche. Poi è arrivato il cioccolato, che lungo tutti gli anni Novanta ha fatto il salto da commodity per golosi a prodotto di qualità per intenditori, diventando il caviale di tutti i giorni. I casi analoghi da citare in questa parabola gustativa e culturale sarebbero tantissimi (il caffè, l’olio, il pane, il gelato, il miele, la pasta, il sale, l’aceto, le spezie): basta guardare quanti prodotti alimentari sono passati dallo scaffale del supermercato alla teca delle boutique. E si tratta sempre di cibi apparentemente marginali, ma in grado di dare il vero tocco di unicità al gusto. Gli italiani lo sanno bene: ognuno di noi custodisce gelosamente il segreto per il caffè perfetto, per la pasta ideale, per l’insalata meglio condita, e si tratta sempre di piccoli gesti o di ingredienti complementari ma insostituibili.

La moda, come spesso accade, è arrivata dopo. Negli anni Ottanta l’abito era il protagonista assoluto del guardaroba: giacche, gonne, mantelle, pantaloni, camicie erano gli emblemi degli stilisti che, stagione dopo stagione, cercavano di imporsi attraverso capi simbolo, portando il meccanismo dei trend stagionali ad un’iperbolica e costante negazione di sé votata all’obsolescenza. Poi la gente si è stancata e ha iniziato a creare lo slow food della moda: il vintage. I mercatini e i negozio di abiti usati (dalla Montagnola a Porta Portese, da Camden Town a Williamsburg) sono diventati le vene aurifere della personalizzazione, i luoghi mitici in cui trovare il meglio a meno, in cui avventurarsi alla ricerca del pezzo antico (ma anche solo quello vecchio) che poteva dare identità e unicità a chi lo indossava. Questo atteggiamento ha fatto grippare il sistema delle tendenze di stagione, spingendo gli stilisti a citare se stessi, a rovistare negli archivi (Tom Ford docet), a recuperare il passato, oppure ad inventarsene uno. Ma soprattutto a puntare su scarpe e borse: pezzi più accessibili, adatti ad ogni tipo di fisico, trasversali alle mode. Gli anni Novanta sono stati dunque gli anni in cui l’accessorio è diventato IL necessario, in cui il particolare è diventato il tutto, facendo aumentare in maniera esponenziale il contenuto di ricerca e lo sforzo commerciale in scarpe, borse & Co.

Le scarpe sono diventate il vino della moda, le borse ne sono diventate il cioccolato, le calze l’olio, gli headpieces il caffè, ovvero ingredienti di qualità eccelsa, sempre a portata di mano, da usare come ingrediente segreto nella ricetta dell’outfit perfetto.

La traduzione della tradizione americana

Passeggiando per New York, ci sia accorge di quanto il desiderio globale di recupero delle origini abbia raggiunto anche l’America dello stile. Ma come si può risalire alle radici di una cultura che ha delle fondamenta così recenti (se paragonate a quelle di noi europei, of course)?

I Mast Brothers hanno creato in pochi anni una tradizione del cioccolato, aprendo laboratorio e negozio in un vecchio magazzino di Williamsburg. Poco distante si compra il formaggio al Bedford Cheese Shop, con l’impressione di entrare in una centenaria charcuterie parigina. A Soho, Ralph Lauren ha inaugurato diversi negozi della sua linea Double RL: entrando si ha l’impressione che per l’allestimento abbiano portato persino la povere da distribuire tra abiti ed allestimenti invecchiati ad arte. Per non parlare poi della rinnovata passione per la “american cuisine”: ricette di famiglia, polpette e polpettoni, biscotti e cookies, modern Jewish.

Non è vintage, ma next-age: è un nuovissimo antico che avanza, un recupero colto di sapore hipster, l’idea di un passato perfetto, genuino, integro, che forse non è mai esistito, ma che attrae per la sua unicità e (soprattutto) rassicura.

Non è tradizione, ma traduzione: qualche piccolo elemento di recupero (idea, pratica, oggetto che sia) viene ricontestualizzato come in un restauro troppo aggressivo, che integra le parti mancanti, senza necessità di dichiarare dove siano le aggiunte le novità.

In buona fede, lo stile americano sta affrontando il futuro in maniera diversa, con la nuova consapevolezza che il nuovo non deve radere al suolo il passato. Il futuro non è in fondo ad una strada dritta: lo si trova dopo aver affrontato un meraviglioso percorso fatto di curve, inversioni di marcia, soste obbligate, ma anche di quei momenti in cui è bello riposare e godersi il panorama.