In principio era l’acqua

Fendi ha da poco reso publica la versione restaurata di “Histoire d’Eau” un fashion film del 1977, realizzato per presentare la loro prima linea di prêt-à-porter. La collezione era già disegnata da Karl Lagerfeld e il film è stato diretto da Jacques de Bascher (amante sia di Lagerfeld sia di Saint-Laurent, come racconta Cathy Horyn sul NYT).

È la storia di Suzie, una ragazza ricca e annoiata che vuole far credere di essere a Baden Baden, quando in realtà si trova a Roma a prendere il sole su meravigliose terrazze, ad acquistare pellicce e a mangiare caviale con le sorelle Fendi. Il suo passatempo preferito è fare il bagno nelle fontane di Roma e raccoglierne l’acqua in apposite bottiglie.

Si tratta in assoluto del primo esempio di film per la moda, per cui diventa interessante fare un paragone con quelli di oggi. Il film è nostalgicamente naïf e collocato storicamente nel decennio da cui arriva, con pose languide, scorci di seni nudi, luci sfumate, zoomate drammatiche, calze su ogni obiettivo. Ma quello che più colpisce è il montaggio: i contenuti di questi 23 minuti, oggi sarebbero presentati in meno di 2, con un ritmo accelerato, fatto di accenni e suggerimenti, non di piani sequenza che si soffermano su ogni dettaglio. Lo dimostra il racconto della serata di apertura della mostra “The Glory of Water” di Karl Lagerfeld, un video rapido e sincopato in cui si presentano la nuova boutique Parigina di Fendi, l’opening della mostra di dagherrotipi dedicati alle fontane di Roma e la proiezione di “Histoire d’Eau”. In 2 minuti, appunto.

Donatella VS Yves

Proposta per la fashion film night definitiva.

Iniziare la serata con la proiezione di “House of Versace”.

Proseguire con la visione detox di “Yves Saint Laurent”.

(A)social Fashion Week

Mai come quest’anno sono riuscito a seguire tanti eventi della settimana della moda milanese. Sfilate, presentazioni, eventi, rumor: tutto dal vivo, tutto in diretta, tutto in tempo reale.

Tutto via web.

La sfilata di Prada me la sono vista comodamente seduto in treno tra Ginevra e Milano, i dettagli dei ricami 3D mi sono arrivati direttamente dal backstage grazie a Giovanna Battaglia, la notizia del giro di poltrone Jil Sander/Dior/YSL me l’ha tweettata nell’orecchio Anna Dello Russo quando mi trovavo all’IstitutoMarangoni, le lacrime di Raf Simons me le ha descritte Federico Marchetti mentre stavo pranzando a Roma, la sfilata di Dolce&Gabbana me la sono goduta in streaming sul divano prima di fare una passeggiata al laghetto dell’EUR.

La moda sta diventando social? Quello che ho scritto qualche giorno fa è già invecchiato?

Certo che no. La moda istituzionale non sta cambiando, ha solo scoperto un nuovo medium, e non lo sa usare se non per sottolineare la sua esclusività, ovvero il contrario del dialogo da socialcosi. Il tono dei tweet e dei post è di solito: “Guardate, sono in prima fila!”, “Eccomi, sono entrato alla festa”, “Questo il mio outfit per il pomeriggio”, “Collezione perfetta!”, “Look stupendo!”, “Amazing!”. Tutto questo ci vuole e piace. Ma non è abbastanza.

Quello che ancora manca sono le voci fuori dal coro, sono le persone che osano dire che una collezione è sbagliata, che una scelta non è innovativa, che un look è fuori luogo. Ma non per il gusto di criticare (anche se il cinismo degli utenti Twitter può raggiungere livelli di piacevolezza assoluta…), per il piacere di discutere, capire, costruire, crescere. Insomma, per il gusto di fare quello che la Rete sa fare meglio: creare conversazione e conoscenza, non solo comunicazione.